Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco. Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov'è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore. Molti di questi valori non ho conosciuto.
lunedì 19 gennaio 2009
lunedì 15 dicembre 2008
Questo non è un post sulla Carfagna
…anche se parla di (im)pari opportunità.
L’incontro di lunedì scorso è stato estremamente interessante, sia per la rara possibilità di conoscere alcune delle mamme blogger che seguo regolarmente, sia per l’impagabile opportunità di incontrare mamme belle battagliere (Paola Dubini, vicedirettore del centro Ask Bocconi, è un mito assoluto).
Allora mi è venuto in mente di raccogliere in un post alcune delle cose che nel tempo ho sparso in forma di commenti su vari blog, con alterna fortuna di pubblico e di critica.
I modelli
Indubbiamente le mamme della nostra generazione sono molto diverse da quelle della generazione delle nostre mamme. E però il paradosso è che i nostri modelli sono comunque loro. Quindi che succede? Che nella migliore delle ipotesi noi impariamo a fare le mamme dalle nostre mamme, le quali a loro volta imparavano dalle loro. Ma questi insegnamenti non vanno più d’accordo né con il nostro stile di vita né con la realtà dalla quale siamo circondate (un esempio banale: quando sono stata dimessa dall’ospedale col bimbetto nuovo nuovo, il pediatra ci ha raccomandato di non vestire troppo le creature, e soprattutto di non mettergli cappelli in testa se non in caso di bufera. Ovviamente ai primi segni dell’autunno ho litigato con mia madre, che voleva infagottare il piccolo. E parliamo solo di un fottutissimo cappello). Il risultato? Un copioso senso di colpa e di inadeguatezza.
E questa non è che la migliore delle ipotesi. Per chi una mamma vicino non ce l’ha, manca anche quella fonte di insegnamento. E allora ecco il secondo problema.
I mentori
Le aziende e l’editoria, contrariamente alle mamme, sono ben consapevoli di questa situazione, e ne hanno fatto un business da paura. In pratica succede che, fin dal momento della tua prima visita dal ginecologo, quella in cui lo informi della gravidanza, tu diventi un target. Di colpo tutti si interessano alla tua esistenza e a quella che ti porti nella pancia (con una netta predilezione per la seconda: da quel momento tu acquisisci la valenza biologica di contenitore e quella commerciale di decisore d’acquisto, ma di fatto cessi di esistere come persona). Il primo atto è l’abbonamento “a gratis” a una o più riviste di settore. E sei entrata nel tunnel.
Da quel momento l’attività preferita di chi ti sta attorno sarà quella di farti sentire un’inetta. D’altronde ci sono libri che parlano di come dar da mangiare ai bambini, libri che ti insegnano a insegnargli a dormire (chi ha detto Estivil? No, non si parla di Estivil. Ho già dato), riviste in cui ti fanno il culo per come gli cambi i pannolini o gli scaldi il latte. Senza contare l’universo dell’alimentazione e della medicina, che là sì che si fanno i bei soldini. Certo, a spese delle mamme: delegittimare è la parola chiave. Le mamme sono, di per sé, incapaci. Inadeguate. Delle deficienti. E più si sentono così più compreranno: consulenze, libri, riviste, prodotti, giochi. E pediatri privati, perché sotto sotto pensano che quelli della mutua non siano poi così brillanti. E tate, naturalmente, tate come se piovesse, perché se i nonni non ci sono in qualche modo bisogna pur fare. Mentre le riviste di cui sopra ti dicono che col bambino deve starci la mamma. La mamma, attenzione, non un genitore a scelta tra quelli disponibili.
Il lavoro
A un certo punto la luna di miele – o l’incubo, dipende dalle scuole di pensiero – della maternità finisce, e si torna a lavorare. Lasciamo da parte quello che si trova, che è storia nota (mi ha colpito però la testimonianza di una mamme presenti all’incontro – che non linko perché si parla di lavoro – la quale raccontava che, rientrando in azienda, ha ritrovato il suo posto, con i suoi riporti e tutto il resto. Quando poi ha avuto una promozione, sono stati i suoi colleghi a ribellarsi, perché, essendo mamma, dal loro punto di vista non avrebbe avuto modo di svolgere adeguatamente il lavoro richiesto dal nuovo ruolo), e allarghiamo la prospettiva, perché, per come la vedo io, questo è un problema culturale e insieme politico, oltre che di educazione.
Culturale perché. Perché, come si diceva prima, noi siamo figlie delle nostre mamme, e le nostre mamme, nella stragrande maggioranza dei casi, non avevano certi grilli per la testa. Magari facevano le insegnanti, che si sa, “è un lavoro che per una donna è l’ideale”. Allo stesso modo, i nostri compagni, padri dei nostri figli, sono figli delle stesse mamme (non mi sto incasinando, vero?), e dunque proprio non capiscono perché le loro compagne debbano avere certi grilli per la testa e pronunciare parolacce tipo “carriera”. Ovviamente sto generalizzando e anche banalizzando un po’, ma l’obiettivo è quello di prendere dentro tutti. In pratica, quello che è successo è che, anche se abbiamo fatto un percorso in tutto simile a quello dei nostri compagni – scuola, università, inizio della carriera -, in fondo in fondo rimaniamo sempre donne, anzi femmine, e di conseguenza mamme. E una volta mamme, questo stato si mangia tutto il resto, ed ecco che i modelli delle generazioni passate tornano ad essere dominanti.
Politico perché. Perché se è vero che culturalmente non siamo messi molto bene, è pur vero che abbiamo degli strumenti per cambiare le cose. Personalmente credo nella politica come strumento per agire sulla cultura, naturalmente se utilizzato in modo sensato. E pensiamo alle politiche per la famiglia che abbiamo in Italia. Cioè, in realtà in Italia abbiamo politiche per le madri. Ed ecco il casino. Per come la vedo io, finché in Italia si faranno politiche per le madri invece che per le famiglie la storia non cambierà. In termini pratici: se la mamma è l’unica a godere del periodo di congedo familiare, la cultura dei figli come carico esclusivo delle madri e del lavoro come territorio solo degli uomini, non si sposterà di una virgola. Alzi la mano chi ha pensato “Ma non è vero! Anche i papà possono godere del congedo parentale!”. Ok, quanti ne conoscete che l’hanno fatto? Io uno. Lui era molto felice, ma i suoi colleghi lo guardavano male. Quindi siamo punto e daccapo: non basta dare la possibilità, bisogna incoraggiare la pratica del congedo parentale per i padri. Se no non ce la possiamo fare.
Infine, è un problema di educazione. Se i nostri figli sono abituati a vedere le mamme con loro e i papà al lavoro, si formeranno su questo i loro modelli culturali di genere. E quando saranno genitori li riproporranno.
(Vorrei sottolineare una cosa: questi modelli di genere non emergono prima di diventare genitori, quasi mai. Magari una ha giocato con la Barbie fino a 12 anni, ma poi ha studiato ed è diventata un neurochirurgo: in linea di principio non c’è niente di sbagliato in questo. Il giorno in cui il neurochirurgo diventa mamma, però, il suo compagno direttore sanitario – ché non si dà in natura che una femmina faccia più carriera di un maschio – vedrà in lei una mamma e basta. E si ricomincia con la prossima generazione).
L’incontro di lunedì scorso è stato estremamente interessante, sia per la rara possibilità di conoscere alcune delle mamme blogger che seguo regolarmente, sia per l’impagabile opportunità di incontrare mamme belle battagliere (Paola Dubini, vicedirettore del centro Ask Bocconi, è un mito assoluto).
Allora mi è venuto in mente di raccogliere in un post alcune delle cose che nel tempo ho sparso in forma di commenti su vari blog, con alterna fortuna di pubblico e di critica.
I modelli
Indubbiamente le mamme della nostra generazione sono molto diverse da quelle della generazione delle nostre mamme. E però il paradosso è che i nostri modelli sono comunque loro. Quindi che succede? Che nella migliore delle ipotesi noi impariamo a fare le mamme dalle nostre mamme, le quali a loro volta imparavano dalle loro. Ma questi insegnamenti non vanno più d’accordo né con il nostro stile di vita né con la realtà dalla quale siamo circondate (un esempio banale: quando sono stata dimessa dall’ospedale col bimbetto nuovo nuovo, il pediatra ci ha raccomandato di non vestire troppo le creature, e soprattutto di non mettergli cappelli in testa se non in caso di bufera. Ovviamente ai primi segni dell’autunno ho litigato con mia madre, che voleva infagottare il piccolo. E parliamo solo di un fottutissimo cappello). Il risultato? Un copioso senso di colpa e di inadeguatezza.
E questa non è che la migliore delle ipotesi. Per chi una mamma vicino non ce l’ha, manca anche quella fonte di insegnamento. E allora ecco il secondo problema.
I mentori
Le aziende e l’editoria, contrariamente alle mamme, sono ben consapevoli di questa situazione, e ne hanno fatto un business da paura. In pratica succede che, fin dal momento della tua prima visita dal ginecologo, quella in cui lo informi della gravidanza, tu diventi un target. Di colpo tutti si interessano alla tua esistenza e a quella che ti porti nella pancia (con una netta predilezione per la seconda: da quel momento tu acquisisci la valenza biologica di contenitore e quella commerciale di decisore d’acquisto, ma di fatto cessi di esistere come persona). Il primo atto è l’abbonamento “a gratis” a una o più riviste di settore. E sei entrata nel tunnel.
Da quel momento l’attività preferita di chi ti sta attorno sarà quella di farti sentire un’inetta. D’altronde ci sono libri che parlano di come dar da mangiare ai bambini, libri che ti insegnano a insegnargli a dormire (chi ha detto Estivil? No, non si parla di Estivil. Ho già dato), riviste in cui ti fanno il culo per come gli cambi i pannolini o gli scaldi il latte. Senza contare l’universo dell’alimentazione e della medicina, che là sì che si fanno i bei soldini. Certo, a spese delle mamme: delegittimare è la parola chiave. Le mamme sono, di per sé, incapaci. Inadeguate. Delle deficienti. E più si sentono così più compreranno: consulenze, libri, riviste, prodotti, giochi. E pediatri privati, perché sotto sotto pensano che quelli della mutua non siano poi così brillanti. E tate, naturalmente, tate come se piovesse, perché se i nonni non ci sono in qualche modo bisogna pur fare. Mentre le riviste di cui sopra ti dicono che col bambino deve starci la mamma. La mamma, attenzione, non un genitore a scelta tra quelli disponibili.
Il lavoro
A un certo punto la luna di miele – o l’incubo, dipende dalle scuole di pensiero – della maternità finisce, e si torna a lavorare. Lasciamo da parte quello che si trova, che è storia nota (mi ha colpito però la testimonianza di una mamme presenti all’incontro – che non linko perché si parla di lavoro – la quale raccontava che, rientrando in azienda, ha ritrovato il suo posto, con i suoi riporti e tutto il resto. Quando poi ha avuto una promozione, sono stati i suoi colleghi a ribellarsi, perché, essendo mamma, dal loro punto di vista non avrebbe avuto modo di svolgere adeguatamente il lavoro richiesto dal nuovo ruolo), e allarghiamo la prospettiva, perché, per come la vedo io, questo è un problema culturale e insieme politico, oltre che di educazione.
Culturale perché. Perché, come si diceva prima, noi siamo figlie delle nostre mamme, e le nostre mamme, nella stragrande maggioranza dei casi, non avevano certi grilli per la testa. Magari facevano le insegnanti, che si sa, “è un lavoro che per una donna è l’ideale”. Allo stesso modo, i nostri compagni, padri dei nostri figli, sono figli delle stesse mamme (non mi sto incasinando, vero?), e dunque proprio non capiscono perché le loro compagne debbano avere certi grilli per la testa e pronunciare parolacce tipo “carriera”. Ovviamente sto generalizzando e anche banalizzando un po’, ma l’obiettivo è quello di prendere dentro tutti. In pratica, quello che è successo è che, anche se abbiamo fatto un percorso in tutto simile a quello dei nostri compagni – scuola, università, inizio della carriera -, in fondo in fondo rimaniamo sempre donne, anzi femmine, e di conseguenza mamme. E una volta mamme, questo stato si mangia tutto il resto, ed ecco che i modelli delle generazioni passate tornano ad essere dominanti.
Politico perché. Perché se è vero che culturalmente non siamo messi molto bene, è pur vero che abbiamo degli strumenti per cambiare le cose. Personalmente credo nella politica come strumento per agire sulla cultura, naturalmente se utilizzato in modo sensato. E pensiamo alle politiche per la famiglia che abbiamo in Italia. Cioè, in realtà in Italia abbiamo politiche per le madri. Ed ecco il casino. Per come la vedo io, finché in Italia si faranno politiche per le madri invece che per le famiglie la storia non cambierà. In termini pratici: se la mamma è l’unica a godere del periodo di congedo familiare, la cultura dei figli come carico esclusivo delle madri e del lavoro come territorio solo degli uomini, non si sposterà di una virgola. Alzi la mano chi ha pensato “Ma non è vero! Anche i papà possono godere del congedo parentale!”. Ok, quanti ne conoscete che l’hanno fatto? Io uno. Lui era molto felice, ma i suoi colleghi lo guardavano male. Quindi siamo punto e daccapo: non basta dare la possibilità, bisogna incoraggiare la pratica del congedo parentale per i padri. Se no non ce la possiamo fare.
Infine, è un problema di educazione. Se i nostri figli sono abituati a vedere le mamme con loro e i papà al lavoro, si formeranno su questo i loro modelli culturali di genere. E quando saranno genitori li riproporranno.
(Vorrei sottolineare una cosa: questi modelli di genere non emergono prima di diventare genitori, quasi mai. Magari una ha giocato con la Barbie fino a 12 anni, ma poi ha studiato ed è diventata un neurochirurgo: in linea di principio non c’è niente di sbagliato in questo. Il giorno in cui il neurochirurgo diventa mamma, però, il suo compagno direttore sanitario – ché non si dà in natura che una femmina faccia più carriera di un maschio – vedrà in lei una mamma e basta. E si ricomincia con la prossima generazione).
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lunedì 27 ottobre 2008
scuola pubblica o privata???
Calamandrei fu professore durante il fascismo, uno dei pochi a non avere nè chiedere mai la tessera del partito. Fondò il Partito d'Azione e fu membro della Consulta. La stessa che oggi è merce di scambio tra Berlusconi e Veltroni. Nel 1950 fece un discorso sulla Scuola...
L'ipotesi di Calamandrei.
"Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." Piero Calamandrei
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950
L'ipotesi di Calamandrei.
"Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." Piero Calamandrei
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950
milano 1: ???
Pubblico un articolo di un blog amico che mi spinge a porre una domanda, ma veramente Milano è ridotta così? ma la Milano che ricordo io, quella del Capolinea, dei concerti di Rava al Conchetta, di Sodalitas e Don Virginio Colmegna, del fuori salone, del commercio Equo e solidale, dell'Arci Bellezza che fine ha fatto? e' ormai pura testimonianza
Piccolo vocabolario per una «legittima critica politica»
Per tutti quelli che, come il sottoscritto, sono ottenebrati da vetuste ideologie che gli fanno vedere razzismo laddove invece si celano solo una legittima critica politica o tutt’al più dei simpatici appellativi, ecco un piccolo vocabolario per meglio apprezzare le nostre tradizioni di italiani-brava-gente.
Baluba Popolo della Repubblica Democratica del Congo stanziata in un'area compresa fra il corso del fiume Kasai ed il lago Tanganica.
Se dunque state passeggiando tranquillamente per le ridenti strade del capoluogo lombardo e sentite qualcuno apostrofarvi con l’espressione “Te set un baluba”, non dovrete pensare che il vostro interlocutore vi stia dando del rozzo incivile, ma dovrete semplicemente intendere che a chi vi sta di fronte voi dovete sembrare particolarmente abili nell’arte di costruire strumenti musicali, pratica per cui sono famosi in tutto il mondo i suddetti baluba.
Beduino Popolazione nomade che abita i deserti della penisola araba e dell'Africa settentrionale.
Anche qui, nel caso il gentile signore della voce precedente dovesse insistere con un “Te paret un beduin”, non sarà perché gli sembrate uno schifoso straccione, bensì perché la vostra fierezza gli ricorda quella caratteristica della tribù mediorientale.
Zulù Gruppo etnico di lingua bantù delle regioni meridionali dell’Africa.
Prima di riimmergersi nella lettura di “Libero” e de “Il borghese”, il vostro nuovo amico non potrà non congedarsi da voi senza avervi assegnato anche il titolo di “zulù”. Consci ormai dell’apertura e del cosmopolitismo che fanno da cornice alla vostra gita nella metropoli lombarda, avrete a questo punto capito che non si voleva darvi del becero ignorante, ma solo complimentarsi per il vostro bel cappotto che ricorda nella sua classe il mantello di pelle di mucca tipico dell’aristocrazia zulù.
Dopo questo assaggio di vocabolario mi sento già più integrato nella tollerante e “non razzista” società italiana.
Posso così finalmente affrontare senza la zavorra di una sorpassata ideologia assemblee condominiali in cui l’amministratore elogia la qualità dei condomini «nonostante recentemente siano arrivati degli extracomunitari» o viaggi sulle Ferrovie Nord in cui in una carrozza tappezzata di scritte “Basta immigrazione” la signora di fronte a me dice che lei proprio non ci vivrebbe mai a Milano, «così piena di drogati e di pakistani».
Posso finalmente (ri?)scoprire le mie origini celtiche ascoltando il conduttore (ex-missino) di Radio Padania che vuole «andare a prendere in sinagoga per il collo» quel «nasone ciarlatano» di Gad Lerner (reo di aver difeso i rom) e gli integerrimi ascoltatori che intervengono dicendo di preferire gli “usurai” (leggi: gli ebrei) agli “schiavisti” (leggi: i rom), per i quali «ci vorrebbe un uomo come quello coi baffetti». Macché, mica è razzismo, è soltanto, come dichiara l’avvocato che difende il conduttore, una «legittima critica politica».
Posso finalmente affermare anch’io con tutta serenità: “NO, NOI ITALIANI NON SIAMO RAZZISTI”!!!
Per tutti quelli che, come il sottoscritto, sono ottenebrati da vetuste ideologie che gli fanno vedere razzismo laddove invece si celano solo una legittima critica politica o tutt’al più dei simpatici appellativi, ecco un piccolo vocabolario per meglio apprezzare le nostre tradizioni di italiani-brava-gente.
Baluba Popolo della Repubblica Democratica del Congo stanziata in un'area compresa fra il corso del fiume Kasai ed il lago Tanganica.
Se dunque state passeggiando tranquillamente per le ridenti strade del capoluogo lombardo e sentite qualcuno apostrofarvi con l’espressione “Te set un baluba”, non dovrete pensare che il vostro interlocutore vi stia dando del rozzo incivile, ma dovrete semplicemente intendere che a chi vi sta di fronte voi dovete sembrare particolarmente abili nell’arte di costruire strumenti musicali, pratica per cui sono famosi in tutto il mondo i suddetti baluba.
Beduino Popolazione nomade che abita i deserti della penisola araba e dell'Africa settentrionale.
Anche qui, nel caso il gentile signore della voce precedente dovesse insistere con un “Te paret un beduin”, non sarà perché gli sembrate uno schifoso straccione, bensì perché la vostra fierezza gli ricorda quella caratteristica della tribù mediorientale.
Zulù Gruppo etnico di lingua bantù delle regioni meridionali dell’Africa.
Prima di riimmergersi nella lettura di “Libero” e de “Il borghese”, il vostro nuovo amico non potrà non congedarsi da voi senza avervi assegnato anche il titolo di “zulù”. Consci ormai dell’apertura e del cosmopolitismo che fanno da cornice alla vostra gita nella metropoli lombarda, avrete a questo punto capito che non si voleva darvi del becero ignorante, ma solo complimentarsi per il vostro bel cappotto che ricorda nella sua classe il mantello di pelle di mucca tipico dell’aristocrazia zulù.
Dopo questo assaggio di vocabolario mi sento già più integrato nella tollerante e “non razzista” società italiana.
Posso così finalmente affrontare senza la zavorra di una sorpassata ideologia assemblee condominiali in cui l’amministratore elogia la qualità dei condomini «nonostante recentemente siano arrivati degli extracomunitari» o viaggi sulle Ferrovie Nord in cui in una carrozza tappezzata di scritte “Basta immigrazione” la signora di fronte a me dice che lei proprio non ci vivrebbe mai a Milano, «così piena di drogati e di pakistani».
Posso finalmente (ri?)scoprire le mie origini celtiche ascoltando il conduttore (ex-missino) di Radio Padania che vuole «andare a prendere in sinagoga per il collo» quel «nasone ciarlatano» di Gad Lerner (reo di aver difeso i rom) e gli integerrimi ascoltatori che intervengono dicendo di preferire gli “usurai” (leggi: gli ebrei) agli “schiavisti” (leggi: i rom), per i quali «ci vorrebbe un uomo come quello coi baffetti». Macché, mica è razzismo, è soltanto, come dichiara l’avvocato che difende il conduttore, una «legittima critica politica».
Posso finalmente affermare anch’io con tutta serenità: “NO, NOI ITALIANI NON SIAMO RAZZISTI”!!!
venerdì 24 ottobre 2008
mercoledì 22 ottobre 2008
lunedì 20 ottobre 2008
A prova di scemo
Mi è capitato, come sarà capitato a tutti, di dire delle cose e non essere compresa. Alcune persone se la sono presa, per le cose che avevo detto e che, evidentemente, non ero riuscita a spiegare. Allora ho parlato a queste persone e ho chiarito. Ho spiegato loro cos'era che volevo dire, e amici come prima.
Adesso, signora Gemini, mi segua, per favore. Lei continua a dire che le persone che stanno contestando il suo decreto in realtà non l'hanno letto, o non l'hanno capito. A queste persone (che sarebbero noi, io, la mia tata, le famiglie che come la mia sono contrarie alla scuola privata ma che si rifiutano di pensare che un'istruzione adeguata ai nostri figli possa venire sono da questa), a queste persone, se fossi in lei, cercherei di parlare, proprio come ho fatto con i miei amici, piuttosto che continuare a insultarle.
Signora Gelmini, faccia una cosa, accontenti la mia tata - che grazie a lei da leghista sta diventando comunista, non di sinistra, proprio comunista -: si faccia aiutare da qualche professionista della comunicazione (ne avete d'avanzo, ma se serve posso aiutarla anch'io ;)), e mettete giù un bignami della riforma. 10 punti, ma chiari, brevi, comprensibili. Insomma, a prova di scemo, come pare che lei consideri tutti gli italiani che le stanno dando addosso. E poi lo diffonda ovunque: si faccia regalare una pagina dai quotidiani, 60" dalle TV, 30" dalle radio, poster 6x3, si faccia fare anche un sito internet, non sa quanto sia utile; insomma le classiche cose che siete abituati a fare quando vi sta a cuore una cosa. Certo, sarebbe un cambio di prospettiva, stavolta: qui non si tratterebbe di manipolare, ma proprio di spiegare.
E giacché c'è, signora, mi faccia un altro favore, a me e alle persone di cui parlavo prima: ci metta anche un punto sui programmi scolastici, che a noi (che siamo scemi, ma insomma, ogni governo ha i cittadini che si merita) proprio non ci riesce di capire come fa un programma come quello attuale a stare dentro le 24 ore settimanali, e neanche vorremmo che tutto il lavoro fosse da fare a casa (leggi ore e ore a fare i compiti).
Che dice, signora Gelmini, ce la può fare?
Una scema
Adesso, signora Gemini, mi segua, per favore. Lei continua a dire che le persone che stanno contestando il suo decreto in realtà non l'hanno letto, o non l'hanno capito. A queste persone (che sarebbero noi, io, la mia tata, le famiglie che come la mia sono contrarie alla scuola privata ma che si rifiutano di pensare che un'istruzione adeguata ai nostri figli possa venire sono da questa), a queste persone, se fossi in lei, cercherei di parlare, proprio come ho fatto con i miei amici, piuttosto che continuare a insultarle.
Signora Gelmini, faccia una cosa, accontenti la mia tata - che grazie a lei da leghista sta diventando comunista, non di sinistra, proprio comunista -: si faccia aiutare da qualche professionista della comunicazione (ne avete d'avanzo, ma se serve posso aiutarla anch'io ;)), e mettete giù un bignami della riforma. 10 punti, ma chiari, brevi, comprensibili. Insomma, a prova di scemo, come pare che lei consideri tutti gli italiani che le stanno dando addosso. E poi lo diffonda ovunque: si faccia regalare una pagina dai quotidiani, 60" dalle TV, 30" dalle radio, poster 6x3, si faccia fare anche un sito internet, non sa quanto sia utile; insomma le classiche cose che siete abituati a fare quando vi sta a cuore una cosa. Certo, sarebbe un cambio di prospettiva, stavolta: qui non si tratterebbe di manipolare, ma proprio di spiegare.
E giacché c'è, signora, mi faccia un altro favore, a me e alle persone di cui parlavo prima: ci metta anche un punto sui programmi scolastici, che a noi (che siamo scemi, ma insomma, ogni governo ha i cittadini che si merita) proprio non ci riesce di capire come fa un programma come quello attuale a stare dentro le 24 ore settimanali, e neanche vorremmo che tutto il lavoro fosse da fare a casa (leggi ore e ore a fare i compiti).
Che dice, signora Gelmini, ce la può fare?
Una scema
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